Oggi stiamo attraversando una crisi strutturale, una
situazione che è stata messa in cantiere a metà anni settanta; se ripercorriamo
gli anni passati ci accorgiamo che dal 1975 si è iniziato a parlare con forza e determinazione di un
mercato globale: molti economisti hanno cercato di far passare questa idea come
la panacea di tutti i problemi che affliggevano il mondo e tutti i politici dei
continenti occidentali, chi in buona fede e chi si è venduto ai potentati mondiali
(Trilaterale e Bilderberg); tutti hanno perseguito il progetto che prevedeva un
centro produttivo in oriente e un centro commerciale e di servizi in occidente.
Questo ha fatto sì che le aziende manifatturiere si
de-localizzassero verso i paesi cosiddetti involuti o sottosviluppati. Chiaramente
il progetto in essere non ha considerato che le aziende commerciali, di
servizio e turistiche, non sono in grado di sopperire alla perdita di
occupazione che la delocalizzazione delle imprese manifatturiere portano nel
tessuto sociale, quindi si è creata una crisi strutturale che sta mettendo in
ginocchio quasi tutti i paesi occidentali e soprattutto sta distruggendo il
futuro delle famiglie e dei giovani.
Negli anni si è instaurata la cultura della cosiddetta
finanza creativa, ideata per spostare gli interessi dei risparmiatori verso
investimenti finanziari, atti ad ingrassare i potentati economici e finanziari
e ad impoverire l’economia reale. Questo ha tolto ancor di più la possibilità a
chi ha una piccola azienda artigiana o commerciale di attingere al credito
necessario a far sopravvivere le proprie attività lavorative.
I Paesi latini in assenza di materie prime dei propri
sottosuoli si sono specializzati nell’industria di trasformazione ed in particolare l’Italia, che grazie alla
creatività dei suoi cittadini, ha saputo meglio di altri sfruttare questo tipo
di industria manifatturiera, fino a portarla ad essere fra le sette potenze
mondiali.
Chiaramente la delocalizzazione ha colpito in maniera più
pesante l’industria di trasformazione, ed i paesi latini non potendo avere una
forte industria pesante per l’assenza di materie prime sono crollati per primi;
c’è sicuramente da aggiungere che la mentalità di quest’ultimi, proiettata
nell’assistenzialismo e alla corruzione, ha fatto il resto.
Per questo quando sento parlare di possibile ripresa mi
sento preso in giro e quello che mi duole è vedere i nostri cittadini
sprofondare sempre più nella povertà, speranzosi che qualche politico possa
risolvere i propri problemi.
Oggi se vogliamo tamponare l’emorragia della perdita di
posti di lavoro dobbiamo costituire, preferibilmente, un vero stato Europeo che
salvi l’industria manifatturiera rimasta, dotandosi di strumenti di tutela dei
propri prodotti (dazi), creando una Banca centrale di proprietà dello stato con
cui investire sul credito alle imprese e alle famiglie.
Se questo non fosse possibile bisogna perseguire la strada
della sovranità nazionale uscendo immediatamente dall’Europa, sopportando dei
contraccolpi nell’immediato per avere un futuro migliore, iniziando a battere
moneta e statalizzando la Banca d’Italia, sempre nell’ottica di tutelare l’azienda
manifatturiera rimasta e dare credito alle imprese e alle famiglie per ricreare
una speranza di futuro alle nostre generazioni.
Una forza politica deve battersi per far emergere la verità
e parlare in modo chiaro ai cittadini, oggi bisogna prendere una posizione
chiara, a favore di questa ignobile dittatura finanziaria ( che ha fallito) o
contro, non si possono più accettare, ne sostenere incerte ed infruttuose vie
di mezzo.
Sebastiano Campo

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